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04.3. ...e personaggi

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

Visualizza tutti gli Angeli dei Sette Chakra>>>
Vediamo le parole che Tolstoj mette in bocca e nella mente di Anna: “Cosa posso volere? Posso solo volere che tu non mi lasci, come stai pensando di fare”, lei disse, capendo quello che lui aveva taciuto. “Ma questo è secondario. Quello che voglio è l’amore e non ce n’è più. Perciò tutto è finito”. ..Si, morire! Lei pensava. La vergogna di Karenin (il marito che lei aveva lasciato) e il suo disonore, e quello di Seryoza e la mia stessa terribile vergogna, tutto sarà cancellato dalla mia morte. Morire- così lui (Vronsky) proverà dolore, mi amerà e soffrirà per me. Con un sorriso fisso di pietà verso se stessa lei era seduta nella poltrona, togliendosi e mettendosi gli anelli della mano sinistra, e rappresentando vividamente a se stessa da ogni angolatura i suoi sentimenti dopo la sua morte. E’ importante notare come in queste fantasticherie suicide, che spesso affliggono i Quattro, sia sempre presente un elemento di vendetta verso l’altro che ha tradito le aspettative d’amore che loro nutrivano.

Anche in Edmond Dantes si può vedere in opera il desiderio di rivalsa e di vendetta caratteristico del tipo Quattro, ma qui esso assume quelle forme di raffinatezza e di durata nel tempo che differenziano la vendicatività di questo tipo, da quella molto più immediata e diretta che vedremo in azione nel tipo Otto. Dantes studia con l’acutezza psicologica di questo tipo, i principali difetti dei suoi nemici che congiurarono per la sua rovina e li colpisce facendo provare loro lo stesso dolore che aveva provato lui, ma, a differenza di Jago e Anna Karenina, è sempre sorretto dalla speranza che sostiene chi è uscito indenne dai più cupi momenti della disperazione. La sua profonda sensibilità appare evidente in molti episodi del libro e traluce in pieno nel seguente brano che chiude il romanzo: Dite all’angelo che veglierà sulla vostra vita, Morrel, di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana, per un momento si è creduto simile a Dio, e ha riconosciuto con tutta l’umiltà di un cristiano, che nelle mani di Dio soltanto sta il supremo potere e l’infinita sapienza. Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi che porta con se nel profondo del cuore. In a quanto a voi, Morrel, ecco tutto il segreto della condotta che ho tenuto verso voi: non vi è né felicità né infelicità in questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto.

Quegli solo che ha provato l’estremo dolore è atto a gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte, Massimiliano, per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare
.

Ancora più intensa e capace di comprensione e d’effettiva empatia per l’altro e la luce che illumina Jean Valjean, dopo che Monsignor Benvenuto ha lavato la sua anima dall’odio che l’aveva avvelenata, con un atto di profondo amore e rispetto per la sua fragilità umana. Ecco le parole con le quali Hugo descrive l’effetto prodotto sull’animo di Valjean dalle parole e dalle azioni del vescovo: Non poteva rendersi conto di quel che succedeva in lui, si irrigidiva contro l’azione angelica e contro le dolci parole del vecchio: “Voi mi avete promesso di diventare un uomo onesto. Io compro l’anima vostra, la tolgo allo spirito delle perversità e la do al buon Dio”. Ciò gli ritornava di continuo in mente. Opponeva a questa indulgenza celeste l’orgoglio, che è in noi come la fortezza del male. Capiva vagamente che il perdono di quel prete era il più grande assalto e il più formidabile attacco dal quale fosse mai stato scosso; che il suo indurimento sarebbe divenuto definitivo se avesse resistito a quella clemenza; che se cedeva avrebbe dovuto rinunciare a quell’odio di cui le azioni degli uomini avevano riempito la sua anima durante tanti anni, e che gli piaceva; che questa volta bisognava vincere o essere vinti, e che la lotta, una lotta colossale e decisiva, era ingaggiata tra la sua cattiveria e la bontà di quell’uomo. Davanti a tutto quel bagliore, brancolava come un ubriaco.

(…) Jean Valjean pianse a lungo. Pianse a calde lacrime, pianse a singulti, con più debolezza di una donna, con più spavento di un bambino. Mentre piangeva, nel suo cervello si faceva sempre più luce, una luce straordinaria, una luce stupenda e terribile nello stesso tempo. La sua vita passata, la prima colpa, la lunga espiazione, l’abbrutimento esteriore, l’indurimento interiore, il riacquisto della libertà rallegrata da tanti piani di vendetta, ciò che gli era accaduto dal vescovo, l’ultima cosa che aveva fatto, quel furto di quaranta soldi ad un ragazzo, delitto tanto più vile e mostruoso in quanto veniva dopo il perdono del vescovo, tutto ciò gli ritornò alla mente e gli apparve chiaramente, ma in una chiarezza che sino allora non aveva mai visto. Guardò la propria vita, e gli parve orribile: la propria anima, e gli sembrò spaventosa. Tuttavia una luce dolce era su quella vita e su quell’anima. Gli sembrava di vedere Satana alla luce del Paradiso
. Nel resto del romanzo Valjean mostra i lati migliori di un Quattro in pace con se stesso, che ha indirizzato la sua fortissima sensibilità non più verso le sue mancanze, ma verso l’aiuto concreto agli altri.
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